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Altre conversazioni notturne con Dostoevskij

Quel primo amore che sorge a mezzanotte (seconda parte)

Mio caro Sergej,

Voi non potete nemmeno immaginare quanto sia felice e al tempo stesso amareggiata dalle vostre nuove. Io per giunta non sapevo se vi fosse accaduto qualcosa di grave. Ora che ho appreso che siete ancora in vita, non posso che esserne grata. Tuttavia, l’anima mia si stringe nel dolore se penso che ancora non è finita la vostra missione. E io con tutto il cuore spero di avere altre vostre tempestive notizie.

Vi chiedete cosa faccio a Pietroburgo : me lo son chiesta spesso anche io. Tutti i giorni mi sembrano uguali ed eterni senza di voi. Non ho più una occupazione e mia madre ha bisogno del mio credito per pagare la pigione. Non so cosa fare, ma spero di trovare una soluzione. 

Quanto a Voi, vi prego, ditemi che state bene, e che volete rivedermi. 

Vostra per sempre,

Julia

Questa, la mia lettera in risposta alla sua missiva di qualche settimana prima. Quando mi sincerai della sua spedizione, non ero in me. Ero in preda al delirio della febbre, e il freddo pungente di Pietroburgo a fine dicembre non aiutava. Era passato esattamente un anno dal primo incontro con Sergej, e sembrava appena un mese. Già, era passato così in fretta, l’anno. E sapevo così poco di lui. Sapevo che il padre era a Parigi a discutere di un importante trattato trilaterale che impegnava Russia, Francia e Austria. Nient’altro. Lui si era trasferito temporaneamente a Mosca per ultimare i suoi studi in legge, a suo dire mancavano solo due anni per ultimarli. Intanto continuava l’addestramento e, sebbene non fosse assiduo, doveva dare la sua disponibilità nei cambi di guardia. Ad ogni modo, nulla mi faceva sospettare che i suoi sentimenti nei miei confronti fossero mutati. Anche se, ad onor del vero, le sue lettere erano sempre meno frequenti, e meno intense delle prime.

Qualche giorno dopo questo fatto, mi scrisse mia madre, comunicandomi che era in atto uno sfratto della proprietaria dal momento che non risultavano pagate le ultime pigioni.

Julia, mi spiace arrecarti altro disturbo” scriveva “ma stiamo affrontando un delicatissimo periodo di magra e forse è meglio ricongiungerci, per darci vicendevole affetto e forza. Spero di arrivare presto. Mamma Dunja”

– Se vi state chiedendo dove sia mio padre ed il resto dei miei parenti, vi rendo subito edotti del fatto che mio padre scappò via quando io avevo solo sei anni, e di lui non seppi più nulla di nulla. Del resto, non ho che mia madre a questo mondo, e mi ritengo fortunatissima. Il bene che le voglio non è misurabile. –

Mia madre era una donna esile, di media statura, ormai sulla sessantina ma sempre ben curata, tant’è vero che dimostrava almeno dieci anni di meno. Quando c’era ancora mio padre, lavorava con lui in una drogheria, faceva la contabile per lui. Ma poi quella drogheria sulla Sadovaja1 fu venduta ad un acquirente che pagò molto bene, e Igor Osipovic (ovvero mio padre) andò a vivere all’estero col ricavato. Mia madre rimase delusa ed amareggiata dal suo comportamento, ma col tempo cercò di dimenticare. In compenso, io avevo ben poco da dimenticare.

L’anno nuovo lo iniziai proprio con lei, con una cena molto modesta ma accogliente. Avevo più di un motivo per sperare nel ritorno di Sergej, però volevo anche ricominciare a lavorare. Insomma, avevo un po’ di obiettivi e sogni in attesa di realizzazione.

Il primo gennaio mi svegliai nel solito posto: udii una grande parata che partiva dalla Sennaja2 e percorreva tutta la città. Rulli di tamburi, canti popolari e vestiti sfarzosi erano lo sfondo di quella grande festa che caratterizza da sempre il primo dell’anno russo. Io e Dunja decidemmo di fare un giro e parteciparvi. Fu una giornata meravigliosa.

Divertimenti a parte, dovemmo affrontare ciò che, nella Russia del diciannovesimo secolo, era la prassi: il mio matrimonio. Per garantirmi un avvenire dignitoso era normale pensare ad accasarsi con un uomo benestante, che mi potesse dare certezze in tutti i sensi. Ed io, che aborrivo questa idea di matrimonio, cercavo sempre di cambiare discorso.

“Oramai hai 21 anni, Julia, devi pensarci seriamente. Lo so che è un argomento a te ostile, ma pensaci: vuoi continuare a vivere così?”

“C’è una persona che amo” risposi sottovoce, “si tratta solo di attendere un po’ e ci sposeremo, ne sono certa. Anche lui mi ama”.

“E chi sarebbe?”

“Il suo nome è Sergej Ivanovic e presta servizio nell’esercito imperiale”.

“Che il diavolo si prenda tutti i soldati! Se aspetti lui, potresti rischiare di aspettare invano”

“E a me non importa, è ciò che voglio”.

Mia madre non aveva tutti i torti, e lo sapevo bene. Ma il mio destino dipendeva da me. Non ho mai pensato che fosse segnato, come altri miei coetanei. La vita dipendeva unicamente da me.  Questione di poche settimane, e trovai lavoro come precettrice. Dovevo insegnare francese e letteratura a due bambine adorabili, gentili e dolci, Katia e Natasha. La paga era buona, e andavo spesso a casa dei signori Velinskij. Era una famiglia benestante, la cui agiatezza tuttavia non tradiva avarizia o superbia. Semplicemente si godevano la vita, ma senza screditare nessuno. E odiavano quel concetto di servitù della gleba che purtroppo faticava ad essere abbandonato. La domestica che si occupava delle faccende era trattata in modo squisito, con rispetto. E lei riservava lo stesso rispetto ai signori.

Pian piano, grazie al passaparola della signora Ekaterina Velinskij, cominciai a lavorare anche altrove, sempre come insegnante. Tutti erano soddisfatti del mio modo di educare, non troppo severo ma nemmeno troppo condiscendente. In ogni caso, io delle lusinghe me ne facevo poco, per me l’importante era trasmettere la mia passione per la cultura.

Con questo salario più che dignitoso, potei pagare alcuni arretrati di precedenti pigioni ed un viaggio a Mosca, dove sapevo di trovare Sergej. Esposto a mia madre il mio programma, cominciai, nei giorni successivi, a preparare le provviste per il viaggio. Arrivai alla stazione. Era il 4 gennaio 1807, e il ghiaccio ricopriva tutte le strade di Pietroburgo. Il treno era in ritardo e quando arrivò, era insolitamente vuoto. Strano, pensai. La linea San Pietroburgo – Mosca è sempre gremita.

Poco dopo essermi ristorata nel vagone ristorante, scoprii di essere quasi arrivata a destinazione. Provavo sensazioni contrastanti di agitazione ed eccessivo orgasmo. Ero letteralmente in fibrillazione all’idea che avrei nuovamente incontrato Sergej, dopo un anno. Ma mi opprimeva il pensiero che non si ricordasse di me, o che avesse fatto una scelta diversa, magari sposandosi con un’altra donna. E inoltre, come si sarebbe comportato di fronte a questo inaspettato incontro? Gli avrebbe fatto piacere?

Tutte queste domande affollavano la mia mente, involontariamente.

Quello che provai arrivando a Mosca era speranza, era una città che regalava questa emozione: la speranza nel futuro.

Mi ero informata su dove fosse ubicata la facoltà di legge, alla Mokhovaya. Così sembrava. Non sapevo dove fosse, ma chiedendo informazioni a qualche moscovita, riuscii a trovarla. 

In realtà non ero così sicura di trovarlo proprio all’università, e non avevo idea di dove cercarlo, nel caso non fosse lì. Ma provai. Chiesi alla segretaria dell’ufficio, mi disse che gli studenti del terzo anno avrebbero avuto una lezione fra circa un’ora. 

Aspettai. Quell’ora sembrava interminabile. Feci un giro intorno all’edificio, e in un cartello vi erano segnalate le varie aule, in un altro si riportava l’anno della fondazione : 1756. Nonostante non fossi stata in Europa, mi ricordava qualcosa dell’architettura italiana. L’ora passò, e intravidi Sergej mentre entrava, all’ingresso principale. Ma lui non mi notò, stava parlando con due suoi amici. Entrai anche io, di soppiatto come una criminale, e lo guardai a lungo senza pronunciare una sillaba. Sembrava così sereno che mi dispiaceva disturbarlo. Non mi avvicinai, e non ebbi il coraggio di salutarlo. 

Mi misi a leggere un libro di poesie che solitamente facevo studiare a Katia. Ma ecco, all’improvviso si girò e mi squadrò in modo così strano, come se faticasse a riconoscermi.

“Julia, ma sei proprio tu!” mi disse. Per la prima volta, mi diede del Tu, e io mi sentivo libera di fare altrettanto. 

“In persona, mio caro”.

“Sappi che non mi sono scordato di te. Anche perché è impossibile. Però vedi : le cose si sono molto complicate, in quest’ultimo periodo. Qua sono di passaggio, ormai, perché mio padre desidera che io prosegua i miei studi a Parigi, dove lui vive da quasi due anni. Tu capisci, mia adorata… Che futuro abbiamo noi, stando così le cose? ” concludendo il suo discorso, mi guardava intensamente, come se si aspettasse una pronta soluzione a questo impaccio.

” Tutto dipende da quanto dovrai stare a Parigi. Sono ben consapevole che stare lontani l’uno dall’altra renda tutto più incerto, ma i nostri sentimenti sono autentici. Quindi non mi spaventa”.

“Vorrei poterti dire la stessa cosa, credimi” continuò, singhiozzando, “ma non so dirti quanto resterò in Francia, potrebbe essere un soggiorno di breve durata o permanente. Di più non so dirti. Julia, i miei sentimenti sono autentici ed è addirittura banale dirti che voglio soltanto il tuo bene. Se venissi a Parigi con me, sarebbe possibile ricominciare. Però te la sentiresti di lasciare la Russia?”

“Onestamente è una decisione molto difficile, anche se non la escludo. Mia madre ha sicuramente bisogno del mio sostegno economico, come ti dissi nella lettera di qualche mese fa. E soprattutto il mio lavoro è qui”.

“Capisco. Io non voglio certamente condizionarti nella scelta. Se si tratta di tua madre, una soluzione c’è: il mio banchiere può occuparsi del denaro da spedire a lei, basta scrivere il beneficiario e la somma da versare. Per quanto riguarda il resto, puoi sempre trovare un’occupazione a Parigi, tu sei istruita e la lingua la conosci. A proposito, dove hai trovato lavoro? “

“Mi occupo dell’educazione ed istruzione di alcuni ragazzi, insegno francese e letteratura europea”.

“Beh, fantastico! È un mestiere molto proficuo anche in Francia! Anzi, posso assicurarti che precettori e insegnanti sono molto stimati”.

“Ci devo pensare… Sono così contenta di averti rivisto, non puoi immaginare” .

“Io sarei più felice se non ci separassimo più. Tu pensaci, ma non troppo”.

Ci baciammo con la speranza di incontrarci nuovamente, in futuro. In circostanze migliori, più serene e meno problematiche. Le guerre e le carestie non erano finite, e di lì a poco la Russia e la Francia sarebbero state nuovamente terreni di acerrimi scontri. In cuor mio, d’altronde, sapevo quale sarebbe stata la scelta più giusta. E riecheggiavano le sue parole “Pensaci, ma non troppo”. Parole che valevano molto più di un “Ti amo”.

1Famosa strada di San Pietroburgo

2Altra via di San Pietroburgo

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