In Storie di donne/ Sulla settima arte

An education: quando l’intelligenza non dà molta scelta

Se qualcuno mai mi avesse rivolto la domanda -“Potessi essere un personaggio cinematografico, quale saresti?”- io per anni avrei risposto Jenny Miller, protagonista del film An Education. Ad essere onesti, più per il desiderio di assomigliarle che per una reale rispondenza delle nostre personalità; ciò non cambia il fatto che il mio responso sarebbe comunque ricaduto su quella ragazza di 16 anni tutta latino e violoncello.

Jenny è bellissima, brillante e annoiata dalla vita provinciale di Twickenham, periferia londinese. Vive nell’ombra del suo stesso desiderio di proseguire gli studi ad Oxford e di “diventare francese” una volta terminata l’università. La proiezione di un futuro sfavillante non basta però a distoglierla dal grigio delle lunghe giornate passate sui libri. L’unica persona con cui Jenny sembra avere una reale intesa è Miss Stubbs, insegnante del liceo femminile a cui è iscritta, e che non perde mai occasione di lodare la sua unica pupilla.

Nel mezzo di un temporale la ragazza ed il suo violoncello, entrambi inzuppati e infreddoliti, si imbattono in David, affascinante trentenne alla guida di una splendida macchina rossa. Costui non si limiterà però ad offrirle solamente un passaggio: le garantirà un ingresso diretto ad un vero e proprio mondo a colori, fatto di balli, abiti eleganti e fughe romantiche.

Eppure questo film non ha niente a che vedere con una storia d’amore. David infatti, ha un segreto (più di uno a conti fatti) che costringerà Jenny a rimettere in discussione tutte le sue scelte e perfino se stessa.

Ma allora di che cosa si parla davvero in questi 95 minuti? La risposta è molto semplice: non si parla di niente nuovo. Questa è la solita vicenda che ci racconta di un mondo (al femminile) di strade limitate e di porte chiuse al primo errore. Una realtà in cui il fine ultimo ed unico dell’istruzione è solo quello di trovare un marito.

Arriva quindi un momento in cui Jenny non ci sta più ed inizia a domandarsi e a domandare a chi le sta intorno quale sia lo scopo dei sacrifici e della noia, ma le risposte che riceve altro non sono se non disarmanti:

Jenny: “Studiare è duro e noioso, insegnare è duro e noioso. Quindi lei mi sta dicendo che mi annoierò, mi annoierò e sì mi annoierò, ma questa volta per tutta la vita. Tutto questo stupido paese si annoia: non c’è vita né colore, né divertimento. Quindi tanto vale che i russi vengano a buttarci una bomba atomica adesso. E la mia scelta è tra studiare e annoiarmi e sposare il mio ebreo. Andare a Parigi e a Roma, ascoltare Jazz, leggere, mangiare bene in bei ristoranti e divertirmi! Non è sufficiente darci un’istruzione Mrs Walters: ci dovete dire perchè lo fate!”

Mrs Walters: “Non c’è soltanto la scuola sa? C’è la pubblica amministrazione.”

Jenny: “Non voglio essere impertintente, ma è un argomento che dovrebbe ripassarsi: qualcun’altra potrebbe chiedersi lo scopo di tutto questo!”


Ecco allora che attraverso questo dialogo otteniamo la rappresentazione di uno spaccato di vita dei primi anni ’60. Una fotografia di quanto potesse essere difficile essere giovani, intelligenti e sostanzialmente prive di scelta. Perché se l’unica prospettiva perseguibile fosse quella di sposarsi, chi è che a 16 anni passerebbe/avrebbe passato tutto il proprio tempo a studiare latino?

Come dicevo poco fa, questa trama non custodisce in sè un qualcosa di particolarmente innovativo: l’argomento dell’emancipazione femminile e della discriminazione è terreno fertile soprattutto per la Hollywood dei giorni nostri, ma questo non ha importanza.
Cinema doesn’t need to have a fucking message. It needs to have a heart and electricity.” , queste le parole pronunciate da Malcom, recente creazione di Sam Levinson, che personalmete condivido in pieno. Quando una pellicola ci restituisce un’emozione autentica, poco importano il soggetto o la sua storia: ciò che conta è che ci sentiamo arricchiti e probabimente, anche meno soli. Quello che fa la differenza è il come una storia viene raccontata, la scelta della colonna sonora e della fotografia. La gravitas dei dialoghi e la riuscita del montaggio.
Per me, sono proprio questi aspetti a rendere An education, un film di quelli che non si dimenticano.
Il personaggio di Jenny ci trasmette un’empatia tale da renderci partecipi della sua disillusione, ma anche della sua rinascita.

Perchè questa storia un lieto fine ce l’ha eccome. E ci ricorda l’importanza di non demordere quando tutto sembra perduto e che se a volte non riusciamo a trovare uno scopo convincente per ciò che facciamo, lo scopo potremmo essere semplicemente noi stessi.

Che sia forse questo il messaggio?






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