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Caffè e sigarette. Camus e Sartre, dove siete?

Credits: https://film-grab.com/2015/09/06/coffee-and-cigarettes/

Hey, cigarettes and coffee, man. That’s a combination.

Caffè e sigarette. Sigarette e caffè. Ecco ciò che accomuna e dirige gli undici episodi del film di Jim Jarmush.

Dialoghi semplici, banali, a volte bizzarri se non addirittura assurdi o grotteschi fanno da sfondo a un’atmosfera esistenzialista che il regista ha voluto creare rendendoci partecipi della quotidianità dei personaggi.

Cosa troviamo? Dei non detti, una incomunicabilità di fondo, il desiderio di disintossicarsi dalle proprie dipendenze (ed il caffè viene considerata una vera e propria droga), la consapevolezza di non poter superare i propri limiti, e anche la consapevolezza che ciò che viene detto non corrisponde a ciò che è realmente. Ne sono testimoni i due signori dell’ultimo episodio, uno dei quali suggerisce di fingere che il caffè sia champagne, Il nettare degli dei. Ne sono consapevoli Iggy Pop e Tom Waits quando parlano senza comunicare. Ed il non detto assume più valore di ciò che è detto. In ogni episodio la comunicazione ha un ruolo importante pur essendo lasciato in sordina.

Caffè e sigarette: è tutto qui il nostro sostentamento? Non è granché salutare, si dice. Sarebbe meglio metter qualcosa nello stomaco piuttosto che rimanere a digiuno. Sarebbe meglio smettere di fumare. Eppure si prosegue a fumare, e a far finta che la vita stia tutta lì, tra un sorso di caffè e un tiro di sigaretta.

Quanto è più facile rassegnarsi a questo stato, piuttosto che fare il salto di qualità?

Fra cinema e letteratura esistenzialista

Magistralmente il regista ci rivela le contraddizioni del pensiero umano, e quanto tutti noi siamo abituati a crogiolarci nell’autocommiserazione e nell’abulia. Sì, l’uomo è anche questo: errore, incomunicabilità, mancanza di partecipazione, insensibilità. 

I maestri dell’esistenzialismo hanno compreso il gioco perverso nel quale spesso cadiamo, quando guardiamo troppo l’abisso, parafrasando Nietzsche. C’è chi prende debita distanza e chi si fa coccolare dall’astenia. Chi rifugge tutto ciò che crea disordine, chi si adagia passivamente a ciò che è banalmente cliché, chi si nutre della propria autoindulgenza. 

Che ne è di quel pensiero maestoso che si erge, quale imaginifica potenza? Che cosa porta l’essere umano a essere dimentico di se stesso, straniero rispetto a se stesso e attorniato da altrettanti stranieri? Che cosa comporta, poi, questo totale o parziale straniamento, e perché, come ci insegna lo stesso Camus, siamo tutti stranieri? Beh, le evidenze scientifiche non esistono, in questo caso. Esistono quelle ontologiche, e quando rinunciamo al dialogo, alla comunicazione, in una parola all’impegno, non smettiamo solamente di essere umani, ma diamo forma a qualcosa di innaturale, volgare, viscido. Ci rendiamo odiosi e odiamo, con la nostra indifferenza e il nostro modo di lasciare che le cose accadano. E quando mai accadono se non ci muoviamo nemmeno un po’? 

Ma cosa c’è di più confortevole di starsene in un luogo comodo, a fumare e bere un caffè, e pensare che in fin dei conti, una cosa vale l’altra? 

Come rinunciare a questo stato di pace apparente, di eterna lotta tra l’io agente e l’io passivo? Prendere semplicemente le distanze da questa apatia distruttiva è sufficiente, o ci possiamo ritrovare, nostro malgrado, a contemplare la possibilità che sia un accettabile stile di vita? Ed è più forte il desiderio di pulsare o quello di reprimere?

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