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0 In Pensieri in nuce

Florilegio

G. Klimt, Le tre età della donna, 1905

Il mio più grande desiderio è l’evasione. Sì, proprio la fuga romantica.

E per evasione non intendo semplicemente allontanarsi da un luogo, ma piuttosto da uno stato mentale di prigionia. Intendo comunicare con la parte di me più silente, più arroccata, con il dubbio che s’insinua nei meandri del mio inconscio ed evapora in sogni nitidi. Se posso, mi concedo una vacanza dai miei pensieri ingombranti, ma non garantisco.

Quel che è certo è che qualcosa ha per lungo tempo infettato i miei nervi: era il timore di guardarmi dentro. Mi specchiavo solo per capire se i capelli erano in ordine e non anche per attraversare davvero le cinte murarie che erano attorno a me. “Abbattile” mi dicevano, ma io temevo di rompermi la testa. Ho concepito un’immagine così realistica che poi è partorita da sola, senza dolori o effetti collaterali. L’immagine che avevo di me era semplice e al tempo stesso complessa. Gli altri cercano sempre di capire, con una certa qual curiosità morbosa, a che cosa pensavo. Spiace deludervi, ma non lo so neanche io, spesso, a cosa penso. Sento almeno una decina di occhi scrutarmi dentro, e scoparmi.. D’altra parte, nessuno potrà mai sapere cosa c’è qua dentro. Insomma, è un caos incredibile. Un giorno, mentre ancora non dormivo, stavo sognando di ritornare a casa, per poi accorgermi che non era casa mia. No, non ridete: non solo non era casa mia, ma non era neanche una casa. Era piuttosto un’autorimessa, c’erano cianfrusaglie di ogni genere e il disordine mi annebbiò la vista. Credevo che lì fosse successa una catastrofe, o qualcosa del genere.

Poi mi son svegliata, ed ero conscia del fatto che quel disordine non era tanto fisico, ma metafisico, psicologico. Fumavo in continuazione per acquietare le mie ansie, e più fumavo più volevo fumare. Fortunatamente non ho mai avuto il vizio dell’alcool, perché altrimenti qualche bottiglia sarebbe volata. Inutile, ero e sono un’anima inquieta. I miei sogni rappresentano speranza e disperazione al tempo stesso, desiderio e ignavia. Infatti non ho mai compreso questo: la disperazione viene prima o dopo la speranza? Oppure arriva sia prima che dopo? Non saprei rispondere.

So solo che anch’io ero drogata: la mia dipendenza consisteva nel bisogno spasmodico di amore. Chi vuole così tanto amore da dimenticare di darne a se stesso? Un drogato.

Ma poi ne sono uscita. E da allora le mie fauci si sentono appagate solo dalle verità rivelate, propriamente (ed impropriamente) dette.

Da allora, al netto del fatto che la mia natura non può essere negata o nascosta, nutro il desiderio di librarmi oltre le sentinelle della paura, guardinghe e sempre minacciose. Ho me stessa, e ciò può essere sia la partenza che la destinazione dell’azione tradotta. Voglio questo florilegio di pensieri, di trame, di anime intessute. Dico ‘voglio’, ma non esigo. Nel momento in cui sono diventata consapevole di me stessa, ho capito che non potevo scegliere tra azione e pensiero, tra razionale ed irrazionale. Per me il pensiero è già azione, mentre l’azione può precedere o meno il pensiero. In tal modo avremo pensieri attuali, azioni ragionate e non ragionate. Ed ecco, io mi crogiolo nella meditazione ed il mio agire non può prescindere da questo. So per certo che il mio modo di raccogliere i pensieri si confà al mio obiettivo: unire potenza ed atto. Unirli come si uniscono due perfetti corpi nell’amplesso, senza soluzione di continuità. Essi non si completano, ma trovano nuova linfa vitale, una nuova spiegazione trascendentale, un nuovo nome. 

Ritrovai il mio nome, non quello di battesimo ma quello che, all’occhio scrupoloso, trova riflesso nel sentire individuale. E sebbene mi nutra soprattutto di sensazioni, ho il privilegio di poter fissare quelle sensazioni, come promemoria e ricordo personale di ciò che fu nella mia testa.

Quale sguardo ambivalente ha attratto di più il mio debole spirito, di quello che mi balenò nella mia prima giovinezza, imprigionandomi nelle sue spire infernali, dalle quali mi sentivo trafiggere? Eppure quelle spire che io per lungo tempo attribuii ad un infausto incontro provenivano solo da me e dalla proiezione degli altri su di me, dalle aspettative (irrealizzabili) che gli altri mi accollavano. Di fatto erano lo schermo delle mie angosce e dei miei dubbi. È il momento in cui si apprende di più, quello della preadolescenza. Perché l’insegnamento è instillato, è sostanzialmente inoculato mediante l’inevitabile procedimento di introiezione, fino a che tu, giovane bambina non più bambina, o ragazza non ancora ragazza, capisci che ciò che percepisci non è propriamente tuo, è tuo solamente il riflesso. Fino a quando non raggiungi la maggiore età, esci con gente nuova, cominci a fare le tue esperienze di vita sociale… vivi insomma. Ed improvvisamente il velo di Maya della tua conoscenza si squarcia. Raggiungi una nuova vetta di sapere, che però è particolare, perché ti impegna per tutta la vita. Fino al suo inesorabile tramonto che ti rende pienamente conscia della caducità dei nostri flebili respiri. 

Prendere coscienza della caducità non è possibile che nella vecchiaia, quando quella ragazza giovane ed ingenua approda nel tedio di vivere. C’è però chi invecchia prima (magari già a trent’anni) e chi si fa cullare dalla benevolenza dell’ignoto. Chi è giovane non teme nulla, chi è vecchio teme tutto e quel timore sovrasta ogni tentativo di far tesoro dell’esperienza. Chi è vecchio teme l’esperienza come il topo teme il gatto, per un istinto di conservazione che nella mente giovane è inconcepibile. Essa vive di esperienza, fisica o mistica che sia, l’importante è che si tocchi. Si è avidi di sapere, il vecchio sa già tanto, non tutto, ma a quel tutto ha rinunciato. Cosicché si produce il paradosso secondo il quale, in quella che io personalmente definisco “seconda vecchiaia”, si cerca di ricucire il velo di Maya squarciato in gioventù. Ma ci si riesce? è possibile? Questa è la domanda. Si dice che certi vecchi ritornino infanti, spensierati, forse loro ci sono riusciti. E forse altri continuano a vivere nel tentativo. Ma forse l’esito positivo o negativo di una tale prova dipende dalla prevalenza dell’azione o del pensiero. 

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