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0 In Pensieri in nuce

Giovane anziana – Una dissertazione ottobrina

I due epicentri della nostra esistenza sono proprio due, eppure solo chi è veramente fortunato ne giova in massimo grado.

Felicità e amore. Sono scollegati, eppure così  complementari ed intimamente sospesi nel turbinio dei nostri cuori. Ho avuto un incontro ravvicinato con l’amore e mi son sentita ubriaca, quasi incapace di credere che tutto si avverasse. La verità è che a molti di noi spetta una dimensione differente in cui il sentimento cede il passo alla ragione. 

Ho sempre pensato che più si invecchia e più si ricorda. In gioventù si pensa solo al futuro, in vecchiaia al passato. Se ci pensiamo non è così assurdo, i tempi coincidono. E sono relativi. Però cosa succede se un giovane vive di ricordi? Cosa succede se il futuro è concepito come una minaccia da scacciare? Io penso di non aver paura del futuro, ma non me ne curo più di tanto. Piuttosto, mi nutro di impressioni, come un pittore io cerco di dipingere ciò che vedo e vorrei farlo per l’eternità. La felicità, credo, sta in questo: guardare ogni giorno una cosa o una persona come se fosse nuova, sempre rigenerata da nuove emozioni e nuovi cicli. Perché quella cosa o persona non è mai uguale a se stessa, ogni giorno si nutre di qualcosa di nuovo.

È così ambizioso amare senza confini, senza pensare al futuro? Mi piace di più il presente, perché è con me, è vivo. E mi piace anche il passato, ancorché non sia più vivo, ma perché un giorno lo è stato. Dunque il ricordo lo ravviva.

Qualcuno penserà che stia vaneggiando (forse è così), ma i tempi dell’amore sono il passato e il presente. Mentre il futuro è incertezza (che non concepisco in modo assolutamente negativo, sia chiaro), è un altro mondo… il futuro è ambizione, speranza e suggestione. Non amo le suggestioni in quanto illusorie e mistificatorie. Prediligo il qui ed ora, il bacio non programmato, il tramonto ammirato come se fosse il primo, un bicchiere di vino di troppo. 

Vorrei essere come il neonato, che guarda tutto per la prima volta.

Per ora, non ipoteco nulla. Perché ipotecare significa perdere, ma perdere senza accorgersene. Sentirsi scivolare tra le mani ciò che abbiamo e sentiamo deve essere terribile. Perdere qualcuno è come perdersi. E la ragione sragiona, sentiamo tutto come in preda alle convulsioni, siamo febbricitanti, pieni di vita ma anche pieni di amarezza. Avvertiamo ciò che fino ad allora era quasi inconcepibile, privo di senso.

Nonostante sia dolorosa, grattiamo la ferita continuamente e dopo ogni disinfezione la riapriamo. Perché siamo così, siamo umani. Dobbiamo costantemente sentire, e che sia amore, risentimento, amarezza, nostalgia, tristezza o paura, ne abbiamo bisogno.

Senza moriamo, o meglio, saremmo già morti.

Ecco, il ciclo della vita. Siamo ciclici come le stagioni, e quando l’inverno è finito la nostra primavera è già sbocciata. E quando cogliamo i fiori, le nostre membra vibrano con la stessa frequenza dei grandi pioppi, e i cuori palpitano con la stessa intensità del vento dell’estate. Le fronde odorose della vita ci abbracciano e non possiamo fare a meno di farci abbracciare. 

“La speranza, al contrario di quel che si crede, equivale alla rassegnazione. E vivere non è rassegnarsi”. Albert Camus, Nozze

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