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Il labilissimo confine tra bene e male – Chaim Rumkowski e il ghetto di Łodz

Oggi vi racconterò, in breve, chi era Rumkowski, il capo ebraico incaricato dell’amministrazione di uno dei ghetti di cui sappiamo storicamente di più.

Chaim Mordechai Rumkowski (27 febbraio 1877-28 agosto 1944) era un polacco di origine ebrea e uomo d’affari, nominato dalla Germania nazista, capo del Consiglio degli anziani nel ghetto di Łodz durante l’occupazione della Polonia. 

Prima della guerra, Rumkowski era un mediocre venditore di assicurazioni e direttore di un orfanotrofio proprio a Łodz. La Polonia fu annessa dai nazisti invasori a partire dal 1 settembre 1939 e Łodz fu occupata l’8 settembre. Il 13 ottobre 1939, Rumkowski fu nominato Judenälteste (“Capo anziano degli ebrei”) nel ghetto. Come riferì direttamente all’amministrazione del ghetto nazista, l’anziano capo Rumkowski era responsabile di gran parte della vita quotidiana nel ghetto. Celebrò matrimoni nel ghetto e ricavò un sistema di denaro e francobolli da utilizzare. Nonostante le critiche interne, accumulò molto potere, trasformando il Ghetto in una base industriale per la produzione di rifornimenti bellici per l’esercito della Wehrmacht, nella convinzione che la produttività fosse la chiave per la sopravvivenza degli ebrei. Più di cento fabbriche furono fondate nel ghetto di Rumkowski.  

Per salvare la maggior parte degli abitanti del ghetto, Rumkowski razionalizzò, avrebbe dovuto cooperare con i nazisti e cedere ad alcune delle loro richieste di deportazione. Dopo l’istituzione del  campo di sterminio di Chelmno  alla fine del 1941, i nazisti costrinsero Rumkowski e il Consiglio degli anziani a organizzare la deportazione di una parte della popolazione del ghetto. A metà del 1942, 55.000 ebrei di Łodz erano stati inviati a Chelmno.  

Nel settembre 1942 i tedeschi chiesero un’altra deportazione di massa, ordinando a Rumkowski di radunare 20.000 bambini e anziani per la deportazione a Chelmno. Su ordine tedesco, Rumkowski pronunciò un discorso il 4 settembre 1942, implorando gli ebrei nel ghetto di rinunciare ai bambini di età pari o inferiore a 10 anni, così come agli anziani sopra i 65, in modo che altri potessero sopravvivere. Si poteva sentire “lamenti orribili e terrificanti tra la folla riunita”, recita la nota del trascrittore nel suo linguaggio spesso chiamato: “Dammi i tuoi figli”.

I tedeschi liquidarono il ghetto nel 1944. Tutti i prigionieri rimasti furono inviati nei campi di sterminio sulla scia delle sconfitte militari sul fronte orientale della seconda guerra mondiale.

La testimonianza più importante sull’amministrazione del ghetto da parte di Mordechai è quella di Primo Levi, che, nel libro ‘I sommersi e i salvati‘ ne descrive un quadro lucido, confermando quanto il male possa risultare ‘banale’, come avrebbe detto Hannah Arendt.

Nel periodo forse più buio della storia moderna e contemporanea, emersero, accanto alle vittime ed ai carnefici, le cosiddette “zone grigie”, di cui facevano parte coloro che, almeno inizialmente, operavano il bene, ma sostanzialmente hanno praticato il male. Coloro che si lasciati traviare dal potere, dal desiderio di riscatto, anche contravvenendo a ciò che si è in quanto uomini. Coloro che si frapponevano tra i gerarchi nazisti e le vittime di un tale abominio, e che, in qualche modo, “mediavano”, ma senza veramente rendersi conto di quanto potesse costare, a livello umano, tale mediazione. Ecco cosa era la Zona grigia. Ecco chi era Mordechai. Un uomo che ha ceduto per paura, e ciò testimonia la linea sottile che può dividere il male dal bene. Chi era, lui, alla fine? Un collaborazionista? Sì, così si può definire.

Un traditore? Anche. Un criminale? Un ignavo?

Forse era l’insieme di tutte queste definizioni. Perché il nazismo è stato atroce? Non esistevano solo i gerarchi e gli alti burocrati, esisteva anche la gente comune, gente disposta a vendere la propria umanità al solo scopo di salvarsi. O, peggio ancora, senza uno scopo preciso, ma solo perché “così era stato ordinato”. La banalità del male sta tutta qui.

La testimonianza di Primo Levi

Concludendo, riporto un passo tratto da ‘I sommersi e i salvati‘ :

<<Siamo stati capaci, noi reduci, di comprendere e di far comprendere la nostra esperienza? Ciò che comunemente intendiamo per “comprendere” coincide con “semplificare”: senza una profonda semplificazione, il mondo intorno a noi sarebbe un groviglio infinito e indefinito, che sfiderebbe la nostra capacità di orientarci e di decidere le nostre azioni. Siamo insomma costretti a ridurre il conoscibile a schema: a questo scopo tendono i mirabili strumenti che ci siamo costruiti nel corso dell’evoluzione e che sono specifici del genere umano, il linguaggio ed il pensiero concettuale. Tendiamo a semplificare anche la storia; ma non sempre lo schema entro cui si ordinano i fatti è individuabile in modo univoco, e può dunque accadere che storici diversi comprendano e costruiscano la storia in modi fra loro incompatibili; tuttavia, è talmente forte in noi, forse per ragioni che risalgono alle nostre origini di animali sociali, l’esigenza di dividere il campo fra “noi” e “loro”, che questo schema, la bipartizione amico-nemico, prevale su tutti gli altri. La storia popolare, ed anche la storia quale viene tradizionalmente insegnata nelle scuole, risente di questa tendenza manichea che rifugge dalle mezze tinte e dalle complessità: è incline a ridurre il fiume degli accadimenti umani ai conflitti, e i conflitti a duelli, noi e loro, gli ateniesi e gli spartani, i romani e i cartaginesi. Certo è questo il motivo dell’enorme popolarità degli sport spettacolari, come il calcio, il baseball e il pugilato, in cui i contendenti sono due squadre o due individui, ben distinti e identificabili, e alla fine della partita ci saranno gli sconfitti e i vincitori. Se il risultato è di parità, lo spettatore si sente defraudato e deluso: a livello più o meno inconscio, voleva i vincitori ed i perdenti, e li identificava rispettivamente con i buoni e i cattivi, poiché sono i buoni che devono avere la meglio, se no il mondo sarebbe sovvertito. Questo desiderio di semplificazione è giustificato, la semplificazione non sempre lo è. È un’ipotesi di lavoro, utile in quanto sia riconosciuta come tale e non scambiata per la realtà.

(…)

L’ascesa dei privilegiati, non solo in Lager ma in tutte le convivenze umane, è un fenomeno angosciante ma immancabile: essi sono assenti solo nelle utopie. È compito dell’uomo giusto fare guerra ad ogni privilegio non meritato, ma non si deve dimenticare che questa è una guerra senza fine. Dove esiste un potere esercitato da pochi, o da uno solo, contro i molti, il privilegio nasce e prolifera, anche contro il volere del potere stesso; ma è normale che il potere, invece, lo tolleri o lo incoraggi. Limitiamoci al Lager, che però (anche nella sua versione sovietica) può ben servire da “laboratorio “: la classe ibrida dei prigionieri-funzionari ne costituisce l’ossatura, ed insieme il lineamento più inquietante. È una zona grigia, dai contorni mal definiti, che insieme separa e congiunge i due campi dei padroni e dei servi. Possiede una struttura interna incredibilmente complicata, ed alberga in sé quanto basta per confondere il nostro bisogno di giudicare. La zona grigia della “protekcja” e della collaborazione nasce da radici molteplici. In primo luogo, l’area del potere, quanto più è ristretta, tanto più ha bisogno di ausiliari esterni; il nazismo degli ultimi anni non ne poteva fare a meno, risoluto com’era a mantenere il suo ordine all’interno dell’Europa sottomessa, e ad alimentare i fronti di guerra dissanguati dalla crescente resistenza militare degli avversari. Era indispensabile attingere dai paesi occupati non solo mano d’opera, ma anche forze d’ordine, delegati ed amministratori del potere tedesco ormai impegnato altrove fino all’esaurimento. Entro quest’area vanno catalogati, con sfumature diverse per qualità e peso, Quisling di Norvegia, il governo di Vichy in Francia, il Judenrat di Varsavia, la Repubblica di Salò, fino ai mercenari ucraini e baltici impiegati dappertutto per i compiti più sporchi (mai per il combattimento), ed ai Sonderkommandos di cui dovremo parlare. Ma i collaboratori che provengono dal campo avversario, gli ex nemici, sono infidi per essenza: hanno tradito una volta e possono tradire ancora. Non basta relegarli in compiti marginali; il modo migliore di legarli è caricarli di colpe, insanguinarli, comprometterli quanto più è possibile: così avranno contratto coi mandanti il vincolo della correità, e non potranno più tornare indietro. Questo modo di agire è noto alle associazioni criminali di tutti i tempi e luoghi, è praticato da sempre dalla mafia, e tra l’altro è il solo che spieghi gli eccessi, altrimenti indecifrabili, del terrorismo italiano degli anni ’70. In secondo luogo, ed a contrasto con una certa stilizzazione agiografica e retorica, quanto più è dura l’oppressione, tanto più è diffusa tra gli oppressi la disponibilità a collaborare col potere.

(…)

Rimane vero che la maggior parte degli oppressori, durante o (più spesso) dopo le loro azioni, si sono resi conto che quanto facevano o avevano fatto era iniquo, hanno magari provato dubbi o disagio, od anche sono stati puniti; ma queste loro sofferenze non bastano ad arruolarli fra le vittime. Allo stesso modo, non bastano gli errori e i cedimenti dei prigionieri per allinearli con i loro custodi: i prigionieri dei Lager, centinaia di migliaia di persone di tutte le classi sociali, di quasi tutti i paesi d’Europa, rappresentavano un campione medio, non selezionato, di umanità: anche se non si volesse tener conto dell’ambiente infernale in cui erano stati bruscamente precipitati, è illogico pretendere da loro, ed è retorico e falso sostenere che abbiano sempre e tutti seguito, il comportamento che ci si aspetta dai santi e dai filosofi stoici. In realtà, nella enorme maggioranza dei casi, il loro comportamento è stato ferreamente obbligato: nel giro di poche settimane o mesi, le privazioni a cui erano sottoposti li hanno condotti ad una condizione di pura sopravvivenza, di lotta quotidiana contro la fame, il freddo, la stanchezza, le percosse, in cui lo spazio per le scelte (in specie, per le scelte morali) era ridotto a nulla; fra questi, pochissimi hanno sopravvissuto alla prova, grazie alla somma di molti eventi improbabili: sono insomma stati salvati dalla fortuna, e non ha molto senso cercare fra i loro destini qualcosa di comune, al di fuori forse della buona salute iniziale (…)>>. 

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