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Il piacere – Gabriele D’Annunzio

Ella di nuovo sedette su la poltrona, entrando nel chiaror della fiamma. Aveva un abito nero, tutto composto di merletti in mezzo a cui brillavano perline innumerevoli, nere e d’acciaio. Il crepuscolo moriva contro i vetri. Andrea accese su i candelabri di ferro certe candele attorte, di colore aranciato molto intenso. Poi trasse d’innanzi al caminetto il parafuoco.

Ambedue, in quell’intervallo di silenzio, erano nell’animo perplessi. Elena non aveva la conscienza esatta del momento, né la sicurezza di sé; pur tentando uno sforzo, non riusciva a riafferrare il suo proposito, a raccogliere le sue intenzioni, a riprendere la sua volontà.

D’innanzi a quell’uomo a cui un tempo l’aveva stretta una così alta passione, in quel luogo dove ella aveva vissuto la sua più ardente vita, sentiva a poco a poco tutti i pensieri vacillare, dissolversi, dileguarsi. Ormai il suo spirito stava per entrare in quello stato delizioso, direi quasi di fluidità sentimentale, in cui riceve ogni movimento, ogni attitudine, ogni forma dalle vicende esterne, come un vapore aereo dalle mutazioni dell’atmosfera.

Esitava, prima di abbandonarvisi. Andrea disse, piano, quasi umile:

— Va bene, così?

Ella gli sorrise, senza rispondere, poiché quelle parole le avevano dato un diletto indefinibile, quasi un tremolio di dolcezza a sommo del petto. Incominciò la sua opera delicata. Accese la lampada sotto il vaso dell’acqua; aprì la scatola di lacca, dov’era conservato il tè, e mise nella porcellana una quantità misurata d’aroma; poi preparò due tazze. I suoi gesti erano lenti e un poco irresoluti, come di chi operando abbia l’animo rivolto ad altro oggetto; le sue mani bianche e purissime avevano nel muoversi una leggerezza quasi di farfalle, non parendo toccare le cose ma appena sfiorarle; dai suoi gesti, dalle sue mani, da ogni lieve ondulamento del suo corpo usciva non so che tenue emanazion di piacere e andava a blandire il senso dell’amante. 

Andrea, seduto da presso, la guardava con gli occhi un poco socchiusi, bevendo per le pupille il fascino voluttuoso che nasceva da lei. Era come se ogni moto divenisse per lui tangibile idealmente. Quale amante non ha provato questo inesprimibile gaudio, in cui par quasi che la potenza sensitiva del tatto si affini così da avere la sensazione senza la immediata materialità del contatto? Ambedue tacevano. Elena s’era abbandonata sul cuscino: aspettava che l’acqua bollisse. Guardando la fiamma azzurra della lampada, toglieva dalle dita gli anelli, e se li rimetteva di continuo, smarrita in un’apparenza di sogno. Non era un sogno, ma come una rimembranza vaga, ondeggiante, confusa, fuggevole. Tutte le memorie dell’amor passato le risorgevano nello spirito, ma senza chiarezza: e le davano una espressione incerta ch’ella non sapeva se fosse un piacere o un dolore. Pareva come quando da molti fiori estinti, de’ quali ciascuno ha perduto ogni singolarità di colori e di effluvi, nasce una comune esalazione in cui è possibile riconoscere i diversi elementi. Pareva ch’ella portasse in sé l’ultimo alito dei ricordi già spirati, l’ultima traccia delle gioie già scomparse, l’ultimo risentimento della felicità già morta, qualche cosa di simile a un vapor dubbio da cui emergessero imagini senza nome, senza contorno, interrotte. Ella non sapeva se fosse un piacere o un dolore; ma a poco a poco quell’agitazione misteriosa, quella inquietudine indefinibile aumentavano e le gonfiavano il cuore di dolcezza e di amarezza. I presentimenti oscuri, i segreti rimpianti, i timori superstiziosi, le aspirazioni combattute, i dolori soffocati, i sogni travagliati, i desiderii non appagati, tutti quei torbidi elementi che componevano l’interior vita di lei ora si rimescolavano e tempestavano.

Ella taceva, tutta raccolta in sé. Mentre il suo cuore quasi traboccava, ella godeva accumularvi ancóra col silenzio la commozione. Parlando, ella l’avrebbe dispersa.

Il vaso dell’acqua incominciò a levare il bollore pianamente.

Andrea su la sedia bassa, tenendo il gomito poggiato al ginocchio e il mento nella palma, guardava ora la bella creatura con tale intensità ch’ella, pur non volgendosi, sentiva su la sua persona quella persistenza e ne aveva quasi un vago malessere fisico. Andrea, guardandola, pensava: «Io ho posseduto questa donna, un giorno».

Egli ripeteva a sé stesso l’affermazione, per convincersi; e faceva, per convincersi, uno sforzo mentale, richiamava alla memoria una qualche attitudine di lei nel piacere, cercava di rivederla fra le sue braccia. La certezza del possesso gli sfuggiva. Elena gli pareva una donna nuova, non mai goduta, non mai stretta.

Ella era, in verità, ancor più desiderabile che una volta. L’enigma quasi direi plastico della sua bellezza era ancor più oscuro e attirante. La sua testa dalla fronte breve, dal naso dritto, dal sopracciglio arcuato, d’un disegno così puro, così fermo, così antico, che pareva essere uscita dal cerchio d’una medaglia siracusana, aveva negli occhi e nella bocca un singolar contrasto di espressione: quell’espressione passionata, intensa, ambigua, sopraumana, che solo qualche moderno spirito, impregnato di tutta la profonda corruzione dell’arte, ha saputo infondere in tipi di donna immortali come Monna Lisa e Nelly O’ Brien.

«Altri ora la possiede» pensava Andrea, guardandola. «Altre mani la toccano, altre labbra la baciano.» E, mentre egli non giungeva a formar nella fantasia l’imagine dell’unione di sé con lei, vedeva nuovamente invece, con implacabile precisione, l’altra imagine. E una smania l’invadeva, di sapere, di scoprire, d’interrogare, acutissima.

Elena s’era chinata al tavolo, poiché il vapore fuggiva, per la commessura del coperchio, dal vaso bollente. Versò appena un poco d’acqua sul tè; poi mise due pezzi di zucchero in una sola tazza; poi versò sul tè altra acqua; poi spense la fiamma azzurra. Ella fece tutto questo con una cura quasi tenera, ma senza mai volgersi ad Andrea. L’interno tumulto risolvevasi ora in un intenerimento così molle ch’ella si sentiva chiudere la gola e inumidire gli occhi; e non poteva resistere. Tanti pensieri contrarii, tante contrarie agitazioni e alterazioni dell’animo si raccoglievano ora in una lacrima. 

Ella, per un gesto, urtò il portabiglietti d’argento, che cadde sul tappeto. Andrea lo raccolse, e guardò le due giarrettiere incise. Portava ciascuna un motto sentimentale: From Dreamland – A stranger hither; Dal Paese del Sogno – Straniera qui.

Com’egli levava gli occhi, Elena gli offerì la tazza fumante,con un sorriso un poco velato dalla lacrima. Vide egli quel velo; e innanzi a quell’inaspettato segno di tenerezza fu invaso da un tale impeto d’amore e di riconoscenza che posò la tazza, s’inginocchiò, prese la mano d’Elena, sopra vi mise la bocca.

— Elena! Elena!

Le parlava a voce bassa, in ginocchio, così da vicino che pareva volesse beverne l’alito. L’ardore era sincero, mentre le parole talvolta mentivano. «Egli l’amava, l’aveva sempre amata, non aveva mai mai mai potuto dimenticarla! aveva sentito, rincontrandola, tutta la sua passione insorgere con tal violenza che n’aveva avuto quasi terrore: una specie di terrore ansioso, come s’egli avesse intravisto, in un lampo, lo sconvolgimento di tutta la sua vita».

— Tacete! Tacete! – disse Elena, con il volto atteggiato di dolore, pallidissima.

Andrea seguitava, sempre in ginocchio, accendendosi nell’imaginazione del sentimento. «Egli aveva sentito trascinar via da lei, in quella fuga improvvisa, la maggior e miglior parte di sé. Dopo, egli non sapeva dirle tutta la miseria dei suoi giorni, l’angoscia de’ suoi rimpianti, l’assidua implacabile divorante sofferenza interiore.

La tristezza era per lui in fondo a tutte le cose. La fuga del tempo gli era un supplizio insopportabile. Non tanto egli rimpiangeva i giorni felici quanto si doleva de’ giorni che ora passavano inutilmente per la felicità. Quelli almeno gli avevan lasciato un ricordo: questi gli lasciavano un rammarico profondo, quasi un rimorso… La sua vita si consumava in sé stessa, portando in sé la fiamma inestinguibile d’un sol desiderio, l’incurabile disgusto d’ogni altro godimento. Talvolta lo assalivano impeti di cupidigia quasi rabbiosi, disperati ardori verso il piacere; ed era come una ribellion violenta del cuore non saziato, come un sussulto della speranza che non si rassegnava a morire. Talvolta anche gli pareva d’esser ridotto a nulla; e rabbrividiva innanzi ai grandi abissi vacui del suo essere: di tutto l’incendio della sua giovinezza non gli restava che un pugno di cenere. Talvolta anche, a simiglianza d’uno di que’ sogni che si dileguano su l’alba, tutto il suo passato, tutto il suo presente si dissolvevano; si distaccavano dalla sua conscienza e cadevano, come una spoglia fragile, come una veste vana. Egli non si ricordava più di nulla, come un uomo escito da una lunga infermità, come un convalescente stupefatto. Egli alfine obliava; sentiva l’anima sua entrar dolcemente nella morte… Ma, d’improvviso, su da quella specie di tranquillità obliosa scaturiva un nuovo dolore e l’idolo abbattuto risorgeva più alto come un germe indistruttibile.

Ella, ella era l’idolo che seduceva in lui tutte le volontà del cuore, rompeva in lui tutte le forze dell’intelletto, teneva in lui tutte le più segrete vie dell’anima chiuse ad ogni altro amore, ad ogni altro dolore, ad ogni altro sogno, per sempre, per sempre…»

Andrea mentiva; ma la sua eloquenza era così calda, la sua voce era così penetrante, il tocco delle sue mani era così amoroso, che Elena fu invasa da una infinita dolcezza.

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