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0 In Citazioni e commenti/ Un po' di Russia

Il sogno di Oblomov

Dove ci troviamo? In quale angolo benedetto della terra ci ha portato il sogno di Oblomov? Che luogo stupendo! Non c’è il mare, è vero, non ci sono alte montagne, rocce o precipizi, né foreste impenetrabili; niente di grandioso, di selvaggio e cupo.
Del resto, a che scopo il selvaggio e il grandioso? Il mare, per esempio, che ce ne facciamo? Ti dà solo tristezza, e a guardarlo ti viene voglia di piangere. Il cuore si sente smarrito avanti a quella massa sconfinata d’acqua, e l’occhio, stanco della monotonia del quadro, non sa dove volgersi per trovare riposo. Il mugghiare e il rimbombo furioso delle onde non sono carezze per un udito sensibile: esse continuano a ripetere, da quando è nato il mondo, la stessa canzone lugubre e incomprensibile; e tu continui a udire in esse gemiti e lamenti che sembrano venire da un mostro alla tortura, e voci acute e sinistre. Intorno non ci sono uccellini che cinguettano, ma solo gabbiani silenziosi che, come dei condannati, volteggiano mesti sull’acqua in prossimità della riva. Al cospetto di questi lamenti della natura, il ruggito della belva è impotente, la voce dell’uomo insignificante, e l’uomo stesso è tanto piccolo e debole che scompare inosservato nei minuscoli particolari dell’immenso quadro! Forse per questo gli è così penoso guardare il mare.
No, lasciamolo perdere il mare! Nemmeno il suo silenzio e la sua immobilità rallegrano l’anima: nel moto appena percettibile della sua massa d’acqua, l’uomo vede sempre la stessa forza, immensa e maligna, che ora dorme, è vero, ma che talvolta si è fatta beffe della sua fiera volontà, e ha sepolto profondamente i suoi audaci disegni, le sue fatiche e il suo lavoro.
Neanche le montagne e i precipizi sono fatti per rallegrare l’uomo. Lo minacciano, lo spaventano, come gli artigli e le fauci spalancate di una fiera ostile. Montagne e precipizi ci ricordano troppo la nostra fragilità e ci incutono angoscia e timore per la nostra vita. E il cielo, che sovrasta le rocce e i precipizi, appare lontano e inaccessibile, come avesse abbandonato gli uomini. Non era così l’angolino tranquillo in cui venne improvvisamente a ritrovarsi il nostro eroe. Qui, al contrario, il cielo sembra farsi più vicino alla terra, e non per scagliare con maggior violenza i suoi dardi, ma solo per abbracciarla più forte, con amore: si stende basso sulle nostre teste come un sicuro tetto paterno, quasi a voler proteggere il luogo prediletto da qualsiasi avversità.
Il sole vi risplende limpido e caldo per circa metà dell’anno e quando se ne allontana non lo fa all’improvviso, ma come di malavoglia, e pare si volti indietro una volta o due per dare un altro sguardo a quel luogo amato e per regalargli, in mezzo alle intemperie dell’autunno, ancora un giorno caldo e radioso.
I monti sono solo miniature di quelle cime spaventose che altrove atterriscono la fantasia. Sono una fila di colline in dolce pendio, dove è piacevole sdraiarsi sulla schiena e lasciarsi scivolar giù o, seduti, meditare contemplando il tramonto. Il fiume scorre allegro, scherzoso e giocherellone; ora si allarga in un grande stagno, ora si precipita in un rivo sottile, oppure si fa calmo, come pensoso, e sfiora appena le pietre e si ramifica in tanti piccoli ruscelletti al cui mormorio è dolce appisolarsi. Questo angolino offre, per un raggio di quindici-venti verste all’intorno, tutta una serie di scorci pittoreschi, di paesaggi allegri e ridenti. Le rive sabbiose e in dolce declivio del limpido fiumicello, i piccoli cespugli che scendono dalla collina verso l’acqua, il burrone sinuoso con in fondo il ruscello e il boschetto di betulle: tutto sembra scelto con cura e disegnato dalla mano di un maestro. Travagliato dalle pene, o affatto ignaro di esse, il cuore chiede solo di nascondersi in questo angolino dimenticato dagli uomini per vivervi una felicità agli altri sconosciuta. Lì tutto promette una vita lunga e tranquilla fino al crepuscolo e una morte placida, simile al sonno.

Note sull’opera e curiosità

Oblomov (in russo Обломов), il romanzo più famoso di Ivan Goncharov, narra la vita di un uomo abulico, astenico e perennemente indolente, il cui torpore esistenziale non può essere scosso o vinto da nessuno, neppure dal suo più caro amico Stolz. Il’ja Il’ič, modesto proprietario terriero, vive (o meglio non vive) a San Pietroburgo nella più totale rassegnazione, nell’indifferenza generale a qualsiasi stimolo fisico o mentale, concependo ogni azione – viaggiare, amare, leggere, lavorare – come uno spreco di tempo e di energie.

Per costui “la posizione orizzontale non era una necessità, come per un malato o per chi desideri dormire, né un fatto accidentale provocato dalla stanchezza, né un piacere da individuo pigro: era il suo stato normale. Quando era a casa – ed era quasi sempre a casa – se ne stava sempre coricato, e sempre nella stessa camera dove lo abbiamo trovato, che gli serviva da stanza da letto, da studio e da salotto”.

Dopo la pubblicazione del romanzo, il termine “oblomovismo” è entrato nel lessico italiano, ed indica un “atteggiamento di apatia e fatalistica indolenza” tipico della generazione russa antecedente l’abolizione della servitù della gleba (che avvenne solo nel 1861).

Inoltre, Nikolaj Dobroljubov evidenziò nel suo articolo “Что такое обломовщина?” (“Cos’è l’oblomovismo?”) la relazione tra questo fenomeno e la servitù della gleba, in uso in Russia fino al 1861.

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