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L’arte di saper tacere

È tacere un’arte? Si può considerare un modo di comunicare differente dal coniugare sapientemente parole e frasi?

O è semplicemente un modo di estraniarsi dal dialogo, in controtendenza alla generale esigenza di parlare del più e del meno?

Ma soprattutto, quando la comunicazione tra due persone ha veramente un qualcosa di costruttivo, anziché distruttivo? Perché nel ventunesimo secolo parlare tanto per parlare è diventato così necessario?

Quando è una scelta parlare e quando invece è una scelta tacere?

Personalmente ho sempre sperimentato due antitetiche (ma forse no) nature: so essere una logorroica pazzesca, ma a volte sento anche il bisogno di comunicare non verbalmente. Questo ai più è sempre sfuggito, perché il mio essere taciturna può essere scambiato per noia, disinteresse, mancanza di argomenti di conversazione, poca esuberanza. Sono poche le persone che sanno condividere questo silenzio, che per me è invece riconciliazione, eloquenza.

Sono anche pochi, ultimamente, i momenti in cui mi ritiro nei miei pensieri, affollati e talvolta disordinati. Allora, paradossalmente, mi sento più a mio agio nel parlare.

Tornando alla domanda che ha fatto scaturire a raffica le altre: è tacere un’arte?

Lo è nella misura in cui si applica quella meditazione e riflessione non solo intellettuale, ma anche spirituale, che ci permette di unire le coscienze senza l’intralcio delle parole. Lo è nel momento in cui abbiamo visto chi siamo, e vogliamo, allo stesso modo, penetrare la coscienza di chi ci sta accanto, indagando il suo sguardo e i suoi gesti.

Quando abbiamo avuto modo di ascoltare noi stessi, possiamo ascoltare gli altri e scrutare quelle emozioni che spesso a parole non si possono descrivere. Ecco quando vale la pena di coltivare il silenzio.

Perché è una scelta? È una scelta esattamente come quella di parlare del meteo, dell’ultimo libro che hai letto, o dell’ultimo spettacolo che hai visto. Se così non fosse, non si chiamerebbe più arte del silenzio, ma semplicemente silenzio.

Ma questa arte si può applicare a vari scenari: spesso subiamo atteggiamenti a dir poco sconvenienti, a causa dei quali ci sentiamo fortemente a disagio. Come trasformare questo disagio in qualcosa di costruttivo? Stando in silenzio. Infatti, se cedessimo alla polemica o alla provocazione dell’interlocutore malevolo, probabilmente il nostro disagio accrescerebbe, oltre a dare una soddisfazione a quel soggetto che si aspettava esattamente quella reazione.

Il silenzio sa essere produttivo, disarmante, anche in queste situazioni.

E quando amiamo? Spesso quello che veramente pensiamo ci muore in gola, non sappiamo come esprimerlo nel modo più spontaneo.

Il modo migliore sarebbe quello di mettere su carta le nostre sensazioni. In mancanza di ciò, supplisce al dialogo il desiderio di abbracciare, guardare, sviscerare una persona.

Cosa c’è di più in una parola che non possa essere comunicato con lo sguardo? 

Ecco che allora sarebbe bene coniugare il dialogo veramente costruttivo e interessante al silenzio altrettanto costruttivo e interessante.


Come decidono di tacere letterati ed artisti

“È proprio dell’uomo coraggioso parlare poco e compiere grandi imprese; è proprio dell’uomo di buon senso parlare poco e dire sempre cose ragionevoli.

Esiste un silenzio prudente e un silenzio artificioso; un silenzio compiacente e un silenzio beffardo; un silenzio spirituale e un silenzio stolto; un silenzio d’approvazione e un silenzio sprezzante; un silenzio politico.

Il primo grado di saggezza è saper tacere; il secondo è saper parlare poco e moderare le parole, il terzo è saper parlare molto, senza parlare male e neppure troppo.

Il riserbo necessario per saper mantenere il silenzio nelle situazioni consuete della vita, non è virtù minore dell’abilità e della cura richieste per parlare bene; e non si acquisisce maggior merito spiegando ciò che si fa piuttosto che tacendo ciò che si ignora. Talvolta il silenzio del saggio vale più del ragionamento del filosofo: è una lezione per gli impertinenti e una punizione per i colpevoli.

Il silenzio è necessario in molte occasioni; la sincerità lo è sempre: si può qualche volta tacere un pensiero, mai lo si deve camuffare. Vi è un modo di restare in silenzio senza chiudere il proprio cuore, di essere discreti senza apparire tristi e taciturni, di non rivelare certe verità senza mascherarle con la menzogna.

Il silenzio può talvolta far le veci della saggezza per il povero di spirito e della sapienza per l’ignorante.

In generale è sicuramente meno rischioso tacere che parlare. 

Mai l’uomo è padrone di sé come quando tace: quando parla sembra, per così dire, effondersi e dissolversi nel discorso, così che sembra appartenere meno a se stesso che agli altri.

Nell’ordine, il momento di tacere deve venire sempre prima: solo quando si sarà imparato a mantenere il silenzio, si potrà imparare a parlare rettamente.

Nella mancanza di certezze, è più saggio astenersi dal fare affermazioni e dall’esporre i propri dubbi, magari proteggendoli dietro una formale adesione alle certezze ufficiali.

Non c’è più merito nello spiegare ciò che si sa che a tacere ciò che si ignora.

Parlare male, parlare troppo o non parlare abbastanza sono i difetti più comuni della lingua.

Per tacere, non basta tenere la bocca chiusa e non parlare: diversamente, non ci sarebbe nessuna differenza tra l’uomo e gli animali, perché questi sono muti per natura; bisogna però saper dominare la lingua, scegliere i momenti adatti per frenarla o per accordarle una libertà moderata; seguire le regole che la prudenza suggerisce in materia; distinguere nelle circostanze della vita, le occasioni in cui il silenzio deve essere inviolabile; mostrarsi risoluti e inflessibili quando si tratta di fare, senza smentirsi, tutto quanto si è ritenuto opportuno per tacere: ciò presuppone riflessione, acutezza ed esperienza. È forze per questo che gli antichi saggi sostennero: “Per imparare a parlare bisogna rivolgersi agli uomini; ma è prerogativa degli dei insegnare in modo perfetto come si deve tacere”.

Qualunque sia la disposizione che si può avere al silenzio, è bene essere sempre molto prudenti; desiderare fortemente di dire una cosa, è spesso motivo sufficiente per decidere di tacerla.

Quando il parlare, lo scrivere e il comunicare sono sotto il controllo delle leggi di mercato, e il proprio e l’altrui pensiero diventano inevitabilmente merce, si può solo comunicare e pensare… tacendo”.

Joseph A. Dinouart, L’arte di tacere


Continua…

“Nana: Perché lei mi racconta storie simili?

Il filosofo: Così… Un po’… un po’ per parlare.

Nana: Ma perché bisogna sempre parlare? Io trovo che molto spesso bisognerebbe star zitti, vivere in silenzio. Più si parla, più le parole non vogliono dir niente”.

Dal film Vivre sa vie di Jean Luc Godard


“Mia: Non odi tutto questo?

Vincent: Odio cosa?

Mia: I silenzi che mettono a disagio… Perché sentiamo la necessità di chiacchierare di puttanate per sentirci più a nostro agio?

Vincent: Non lo so… È un’ottima domanda.

Mia: È solo allora che sai di aver trovato qualcuno speciale…quando puoi chiudere quella cazzo di bocca per un momento e condividere il silenzio in santa pace”.

Dal film Pulp Fiction di Quentin Tarantino

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