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0 In Citazioni e commenti/ Un po' di Russia

L’idiota – Fëdor Dostoevskij

Book illustration by Ilya Glazunov (1966)

«Sì… non so bene… e laggiù, all’estero, c’è forse più giustizia che qui?»

«Non saprei. della nostra giustizia non ho sentito che lodi. Noi, per esempio, non abbiamo la pena di morte».

«All’estero sì?»

«Sì, in Francia, a Lione, ho assistito a un’esecuzione capitale. Ci andai con Schneider». «Impiccano?»

«No, tagliano la testa».

«E il condannato grida?»

«Eh no, non fa in tempo, è un attimo. lo mettono al suo posto, sul ceppo, e dall’alto gli arriva sul collo una lama pesante. Si chiama ghigliottina. Cade con violenza e tronca la testa in un batter d’occhio. I preparativi, quelli sì che sono penosi. quando si legge al condannato la sentenza, quando poi lo vestono, gli radono i capelli, lo legano, lo portano sul patibolo… Allora, sebbene molti lo disapprovino, per vedere quello che succede si raduna una gran folla, vengono perfino le donne».

«Non è uno spettacolo per loro».

«Si capisce, una tortura infernale. Il condannato, quella volta a Lione, era un uomo intelligente, robusto, coraggioso, di mezza età. si chiamava Legros. ebbene, lo credereste? salito sul patibolo si fece bianco come la carta, piangeva. un orrore, una cosa indescrivibile! e si può forse piangere di spavento? Un uomo, vi dico, non un ragazzo: un uomo di quarantacinque anni. Che prova l’anima in quel momento? Da quali convulsioni è dilaniata? Perché, vedete, è proprio l’anima che si manda a morte. Non uccidere, è detto nei comandamenti. E perché, dunque, per punire un uomo di avere ucciso, lo uccidono? No, no, è un’infamia. è passato già un mese da quando vi ho assistito e ho quella scena sempre davanti agli occhi e, per almeno cinque volte, quell’uomo me lo sono persino sognato».

Il principe si scaldava e, sebbene non alzasse la voce, vampate di calore gli arrossavano le guance. Il cameriere, non meno impressionabile del principe, ascoltava intento.

«Di buono», notò, «è che, con questo sistema, non si soffre a lungo quando la testa viene tagliata». «Lo dicono tutti. E la ghigliottina, d’altra parte, è stata inventata proprio per questo. A me, però, durante l’esecuzione venne un sospetto: e se fosse proprio questo il colmo della sofferenza? Potrà sembrarvi strano, vi farà ridere, eppure… prendiamo, per esempio, la tortura: strazio, piaghe, scricchiolio di ossa, dolore materiale insomma, un dolore che distrae la vittima dalle sofferenze morali fino all’arrivo della morte. Ma il dolore principale, il più forte, non è quello delle ferite; è invece la certezza, che fra un’ora, poi fra dieci minuti, poi fra mezzo minuto, poi ora, subito, l’anima si staccherà dal corpo, e che tu, uomo, cesserai irrevocabilmente di essere un uomo. Questa certezza è spaventosa. tu metti la testa sotto la mannaia, senti strisciare il ferro, e quel quarto di secondo è più atroce di qualunque agonia. questa non è una mia fantasia; ce ne sono moltissimi che la pensano come me. E ve ne dico anche un’altra. Uccidere chi ha ucciso è, secondo me, un castigo non proporzionato al delitto. L’assassinio legale è assai più spaventoso di quello perpetrato da un brigante. La vittima del brigante è assalita di notte, in un bosco, con questa o quell’arma; e spera sempre, fino all’ultimo, di potersi salvare. Ci sono stati casi in cui l’assalito, anche con la gola tagliata, è riuscito a fuggire, e casi in cui l’assalito, supplicando, ha ottenuto la grazia dei suoi assalitori. Ma con la legalità, quest’ultima speranza, la speranza che attenua lo spavento della morte, vi viene tolta con una certezza matematica, spietata. attaccate un soldato alla bocca di un cannone e accostatevi con la miccia: chi sa! penserà il disgraziato, tutto è possibile… ma leggetegli la sentenza di morte e lo vedrete piangere o impazzire. Chi ha mai detto che la natura umana può sopportare un colpo simile senza impazzire? E allora, a cosa può mai essere utile una pena così mostruosa? C’è solo un uomo che potrebbe chiarire questo punto; un uomo a cui abbiano letto la sentenza di morte e poi detto: “Va’, ti è fatta la grazia!”. Di un simile strazio ha parlato anche Cristo… no, no, la pena di morte è inumana, è selvaggia e non può né deve essere lecito applicarla all’uomo».

[Traduzione a cura di Federico Verdinois]

Note sull’autore e sull’opera

Fëdor Michajlovič Dostoevskij nasce a Mosca nel 1821. Figlio di un medico militare, cresce in una famiglia agiata e austera. A 17 anni entra nella scuola del genio militare di San Pietroburgo, ove studia ingegneria militare, sebbene i suoi interessi fossero orientati alla letteratura. Dostoevskij lotterà per tutta la vita con frequenti attacchi epilettici e con la povertà.

Nel 1843, ricevuto il diploma, rinuncia definitivamente alla carriera militare e comincia a dedicarsi alla scrittura. Tre anni dopo pubblica Povera gente, il suo primo romanzo in forma epistolare acclamato dalla critica.

L’esperienza più drammatica dell’autore riguarda il suo arresto per partecipazione a una società segreta e sovversiva. Imprigionato nella fortezza di Pietro e Paolo, nel novembre 1849 viene condannato alla fucilazione. Tuttavia, poco prima dell’esecuzione, quel 19 dicembre riceve la comunicazione che lo zar Nicola I ha commutato la pena in lavori forzati. Così Dostoevskij viene deportato in Siberia, prima a Tobol’sk e poi nella fortezza di Omsk.

Terminata la pena, viene mandato a Semipalatinsk in qualità di soldato semplice; dopo la morte dello zar Nicola I, diventerà ufficiale. Ma nel 1859, per motivi di salute, viene congedato e si trasferisce nuovamente a San Pietroburgo.

Nel brano qui riportato, tratto da l’Idiota, l’autore – tramite le parole del principe Myskin -condivide il suo punto di vista sul tema della pena di morte, come già aveva fatto anche in Delitto e Castigo:

“Dove mai ho letto che un condannato a morte, un’ora prima di morire, diceva o pensava che, se gli fosse toccato vivere in qualche luogo altissimo, su uno scoglio, e su uno spiazzo così stretto da poterci posare soltanto i due piedi – avendo intorno a sé dei precipizi, l’oceano, la tenebra eterna, un’eterna solitudine e una eterna tempesta –, e rimanersene così, in un metro quadrato di spazio, tutta la vita, un migliaio d’anni, l’eternità, anche allora avrebbe preferito vivere che morir subito? Pur di vivere, vivere, vivere! Vivere in qualunque modo, ma vivere!… Quale verità! Dio, che verità! È un vigliacco l’uomo!… Ed è un vigliacco chi per questo lo chiama vigliacco”. (Delitto e castigo)

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