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0 In Pensieri in nuce

L’importanza di saper guardare altrove

Due anatre si contendevano un piccione morto dirimpetto al Sem’ Mostov di San Pietroburgo, nell’acqua putrida dei canali incrociati fra i battelli dei turisti raggianti. Il piccione, ormai morto da tempo e cacciatosi in quel guaio chissà come, era ricoperto di una patina fangosa e di foglie acerbe, e le due anatre, infischiandosene dei battelli e dei turisti, duellavano come fosse carne prelibata; come se il sangue del pennuto sgorgasse ancora infuocato, vibrante di vita e intossicato dal dolore. Colte dalla succulenta goduria, le due anatre finirono per spalancare le ali e beccarsi addosso l’un l’altra. Una afferrò la carcassa ormai malconcia serrando le fauci e gonfiandosi di orgoglio. L’altra non s’arrese e l’attaccò con tutta la forza in petto. Una turista asiatica, disgustata, vomitò nel canale reggendosi alla ringhiera del battello. Quel piccione, ormai sbrandellato, rimase per metà in bocca a ciascun’anatra, con le ali spezzate e il capo maciullato da dar disgusto. Ma quandanche esse ottennero il loro agognato vessillo, iettarono le due metà del piumato in quell’acqua marrone di latrina, e diedero a battagliarsi ancora per il sol gusto di poter affermare d’esser state le vincitrici di quella battuta di caccia.

Che scene bucoliche potetti scorgere a San Pietroburgo, a pochi metri dalla silente chiesa di San Nicola dei Marinai. Come poteva, in questa soverchia bellezza, trovar luogo una simile atrocità? La violenza dei fasti pietroburghesi; questo era. Una città costruita, distrutta e ricostruita sul sangue dei suoi abitanti, ma una città che rimaneva sincera coi suoi ospiti.

Se penso che a distanza di quasi due anni apprezzai una parata simile a Roma, dove Piazza Campo de’ Fiori s’intreccia al Vicolo del Gallo e i turisti smollicano i loro supplì sul pavimento di sanpietrini disgraziati, capisco che la civiltà non supererà mai la natura. Due gabbiani si beccavano sui cumuli di monnezza che affliggevano il pranzo degli astanti, e lo facevano senza alcun motivo apparente. Nella bellezza eterna della città eterna; nella città eterna che asperse sangue più d’ogni altra per le sue mire imperiali, l’indifferenza rispetto al teatro in corso raccontava tremila anni di storia. Quei gabbiani erano soltanto iracondi, come tutti noi del resto. Non era fame, era rabbia, fagocitazione d’odio, prevaricazione del prossimo. E questo lo so bene, posso dirlo con certezza che non era fame, perché un terzo gabbiano se ne stava, saltellante e giulivo, a godersi un’intera cotenna di prosciutto crudo lasciata sul ciglio della strada da qualche salumiere amante degli splatter. Giordano Bruno guardava la scena impietosito.

Le città sono il frutto delle civiltà che ostacolano l’incedere perpetuo della natura. Nelle geometrie di vie, strade, palazzi e canali, dove teniamo la mano alla persona amata o spingiamo le nostre spalle verso impegni disperati; nel moto costante dei mezzi di trasporto e dei vecchi cigolanti, non vogliamo lasciar spazio alla violenza sublime della natura, fingendo superiorità in un cicaleccio di parole sovrapposte e rumorose.

Guardando le anatre di San Pietroburgo e i gabbiani di Roma, ho capito che noi non siamo poi così diversi da loro quando le circostanze ci toccano, con la differenza che la civiltà c’ha insegnato a non dover ricorrere alla forza fisica per farci del male, pur di scotennarci la carogna della nostra sopravvivenza. A volte mi chiedo cosa sia la felicità se siamo tutti così in perenne lotta (anatre e piccioni, gabbiani e gabbiani, umani e universo). Poi ricordo la cattedrale di San Nicola dei Marinai e la statua di Giordano Bruno; monumenti sui quali ho posato lo sguardo dopo aver assistito alle due scene brutali appena narrate. Due prospettive che m’hanno riempito il cuore di scoperta, sorrisi di donne enigmatiche, distogliendomi dal mio costante peripato, dai miei occhi che si posano sempre su questioni esistenziali – anche su un canale, anche sull’asfalto.

E ho capito che la felicità esiste, e ho capito che la felicità è una distrazione. La felicità è altrove.

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